Vladyslav Heraskevych, una volta pugile a Kiev, oggi alla sua terza Olimpiade con lo skeleton, non sa dire con esattezza quanta gente sia morta in Ucraina, dopo quattro anni di guerra. Ma sa benissimo quanti ne ha pianti lo sport: più di 650, fra atleti e allenatori.Ha usato il casco con i volti di Alina Perehudova, 14 anni, promessa del sollevamento pesi, uccisa a Mariupol mentre scappava da un’esplosione. Pavlo Ischenzo, 33 anni, pugile peso gallo detto «Wild Man»: colpito nei primi giorni del servizio militare in prima linea. Oleksiy Loginov, 23 anni, portiere di hockey: morto in combattimento. Ivan Kononenko, 33 anni, sollevamento pesi: caduto a Bakhmut durante l’assedio. Mykyta Kozubenko, 31 anni, tuffatore: ammazzato a Mykolayv mentre combatteva. Oleksiy Habarov, 31 anni, tiro a segno: ucciso al fronte. Daria Kurdel, 20 anni, danza sportiva: sepolta nella sua casa d’Ingul, nel mezzo d’un bombardamento di droni. Yevhen Malyshev, 19 anni, biathleta: era una recluta, è morto a Kharkiv. Il Cio ha impugnato l’articolo 50 della Carta Olimpica che spiega come siano vietati in gara i gesti di natura politica. Ma Heraskevych replica: «Non sono d'accordo con la decisione perché credo davvero che non abbiamo violato nessuna regola. La propaganda politica, la propaganda discriminatoria o la propaganda razziale non hanno assolutamente nulla a che fare con questo casco. Credo che meritino di essere qui oggi con me e che meritino di essere con me anche in un giorno di gara. E userò il casco anche in gara».