UNA LINEA SOTTILE separa inclusione da ghettizzazione. Sottile quanto una X tracciata sul modulo d’iscrizione a un concorso per agenti di polizia a indicare l’appartenenza ai Dalit, la casta più bassa della società indiana. Pur avendo ufficialmente abolito questo sistema con la Costituzione del 1950, il Paese continua infatti ad applicarne le discriminazioni. Così se quella del regista Neeraj Ghaywan, nato Dalit e arrivato al Festival di Cannes («ma per gran parte della mia vita ho nascosto questa identità »), è una parabola a lieto fine, decisamente più sofferta è la storia di Chandan Kumar, il protagonista del suo ultimo film: Homebound (al cinema dal 26 marzo). Che inizia proprio con un bivio: ammettere di essere un «intoccabile» e accedere così alla corsia preferenziale delle «quote di casta», rischiando però di continuare a essere marginalizzato anche una volta indossata la divisa, oppure battersi alla pari con gli altri, ben sapendo però di partire svantaggiato?
Accanto a Chandan troviamo un altro ragazzo, Mohammed Shoaib Ali, a sua volta discriminato in quanto musulmano. «Ho voluto esplorare le lotte silenziose e in gran parte invisibili di persone che troppo spesso vengono ridotte a semplici statistiche. In questo mondo di complessità e sofferenza travolgenti, dimentichiamo che dietro ogni numero c’è un essere umano, con sogni, desideri e legami con gli altri». In Homebound (candidato dall’India per l’Oscar a miglior film internazionale) non c’è spazio per facili pietismi. «Ho cercato di restituire umanità agli emarginati, catturando sia il modo in cui sono plasmati dalle circostanze, sia quello in cui le trascendono silenziosamente. Ci sono milioni di persone a cui storicamente è stata negata la voce e la visibilità . La mia speranza è che attraverso questa storia si sentano visti. Che il mondo possa guardare più da vicino, con empatia, e iniziare a notare ciò che è stato condizionato a ignorare».