Sta calando il sole in via Solferino. Un rider senegalese viene scippato da un ragazzo egiziano. Lo rincorre, lo ferma, non si limita a recuperare la refurtiva ma lo immobilizza e aspetta di consegnarlo alla polizia. Pochi gli oggetti sparsi per terra, dal valore economico per i più marginale. Nel mentre recupera fiato e beve, racconta: “Giacca, telefono, qualunque cosa ha preso e ha cominciato a correre come se non ci fosse un domani. Ho fatto il giro dell’isolato per cercarlo”.
“Lui è un grande, bravissimo”, un signore gli porge una bottiglietta d’acqua e lo indica agli altri passanti che, dal marciapiede di fronte, assistono alla scena dell’arresto.
In una delle vie simbolo della Milano chic, la scena sorprende e rovescia stereotipi e semplificazioni: chi è arrivato da lontano, spesso invisibile, diventa il rappresentante tangibile di legalità, tra il plauso dei passanti. E racconta, senza retorica, che il confine non è tra “noi” e “loro”, ma tra chi rispetta le regole e chi le infrange.