«ABBIGLIAMENTO» è una definizione generica, è ciò che mettiamo addosso. «Moda» è creatività, è l’intuizione che precede la costruzione di un abito. Il corpo vestito diventa linguaggio che non comunica solo un’estetica ma anche il nostro ruolo sociale. È il tramite tra noi e gli altri, è un mezzo che «ha sempre agito sul corpo lavorando con la forma e il volume per modificarne l’aspetto» come scrive Michele Ciavarella nell’articolo sulla mostra Costume Art che inaugura il prossimo 10 maggio al Met (pag. 140).
Ma la moda è capace di creare pressioni e imporre modelli che possono condurre a una sorta di emulazione forzata: siamo davvero disposti a essere «trasformati»? Guardando i social si direbbe di sì. La ragione è da cercare all’interno di un sistema orientato sul potere del marketing che premia la vetrina a scapito della credibilità, scombussolando il concetto stesso di moda che, invece, dovrebbe definire l’identità della persona, non stravolgerla. Si tratta di scegliere tra essere sé stessi e l’essere guardati. Nulla di male, quindi, galleggiare nella vaghezza di una parola, «abbigliamento», che non ha la pretesa di trasfigurare bensì di vestire. Almeno fino a quando la moda cesserà di escludere.