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Bakari Sako, l'invisibile ucciso dall'indifferenza

2026-05-30 5,817 Dailymotion

A Taranto dopo l’omicidio di Bakari Sako, il rumore si è abbassato. Rimane il silenzio delle vie strette della città vecchia, rotto dai rombi dei motorini truccati e dai residenti che si parlano dalle finestre. Bakari, bracciante agricolo originario del Mali, lavorava nei campi della provincia, giornate che iniziavano all’alba e finivano al tramonto, lontano dalla città. La mattina del 9 maggio è arrivato in bicicletta a piazza Fontana, l'ingresso di quella che viene chiamata Taranto Vecchia. Lì è stato accerchiato, rincorso e accoltellato da un gruppo di ragazzi. Per l'omicidio sono indagati cinque minorenni e un adulto di 22 anni. La sua morte ha riportato l'attenzione non solo sull'emarginazione dei braccianti agricoli nel Meridione ma anche sulle zone abbandonate di alcune città, spesso definite Terra di Nessuno. «Gli stranieri qui sembrano essere invisibili», racconta Raffaele Ursi, operatore sociale della cooperativa Babele, che si occupa di aiutare i braccianti a non rimanere vittime dello sfruttamento. Dice di essersi accorto di questa invisibilità il giorno della manifestazione in memoria di Bakari, «C'era una piazza nera che non si vedeva da tantissimo tempo». Quel giorno è andato a farsi un giro al bar dove nessuno aveva chiamato i soccorsi. Ha sentito cosa si diceva in giro: «Se ci fosse stato un loro figlio, la piazza sarebbe stata vuota». Come a voler dire che non sarebbe interessato niente a nessuno.  A distanza di giorni però il racconto si intreccia con quello del luogo in cui è avvenuto. Taranto Vecchia è una comunità piccola, dove ormai vivono poche persone rispetto al passato e che mostra una spaccatura, da una parte i lounge bar, dall'altra, vicino a piazza Fontana, una zona fatta di marginalità e abbandono. Don Emanuele, parroco di strada, che con questa comunità lavora da 11 anni, racconta di aver riconosciuto nomi, famiglie, storie legate al caso di Bakari. Intorno all'omicidio si sovrappongono livelli diversi: il razzismo, la devianza minorile, la fragilità sociale di un quartiere attraversato da spaccio, abbandono scolastico e povertà. Ma chi vive qui respinge letture semplicistiche. «In un episodio del genere non va attribuito un colore ma un’emergenza educativa e se vogliamo anche di accoglienza» dice Don Emanuele Ferro, che ci tiene a specificare che questo non è assolutorio verso chi ha commesso il reato, ma chiede di capire il contesto in cui si è sviluppato. Tra chi, come Bakari, vive di lavoro nei campi e rientra in città solo la sera, e ragazzi cresciuti in contesti difficili, il pericolo è che due mondi apparentemente lontani si incontrino solo nei momenti peggiori, quelli dello scontro. E che ci si accorga di certe vite solo quando finiscono al centro delle tragedie. A Taranto, a diversi giorni dalla morte di Bakari Sako, la domanda non è più soltanto cosa sia successo Bakari, ma cosa ci fosse già prima.