CONFESSARE LE PROPRIE FRAGILITÀ non è da tutti. Alcide Pierantozzi, nel suo libro autobiografico Lo sbilico, candidato al Premio Strega 2026, lo fa. E parla senza mezzi termini della sua forma di autismo. «Non inseguo una guarigione impossibile, cerco di collaborare con la malattia: io e lei siamo una squadra» dice nell’intervista (pag. 124).
Il romanzo viviseziona senza pietà un vissuto di ossessioni, di mascolinità gay e psicofarmaci in un’epoca, la nostra, in cui i disturbi psichiatrici sono ancora un tabù. Affrontare il tema dell’alterazione dell’umore, come ad esempio una sindrome depressiva, ci terrorizza. Temiamo che condividere un disagio riveli debolezza, un boomerang che può ritorcersi contro di noi e per pudore non chiediamo aiuto, sbagliando: perché dalla depressione si guarisce.
Il pericolo di sentirsi improvvisamente estranei a sé stessi senza apparente ragione è una realtà che può riguardare chiunque. La depressione non avvisa, non dà segnali, si presenta alla porta di casa armata di tutto punto. Quando precipiti in fondo al pozzo annaspi e ti contorci. Non ci puoi credere eppure è così: sei diventato estraneo a te stesso. Diverso da tutti, diverso da te. Diverso da me.