23.000 SONO LE VITE CHE HANNO SALVATO. Iuventa richiama la loro gioventù ed è la nave su cui hanno attraversato il Mediterraneo e salvato. Quello che hanno fatto, lo racconta Michele Cinque. Co-sceneggiatore e produttore creativo di 23.000 vite e regista di Iuventa, il film e il documentario sulla storia dell'ONG Jugend Rettet. Prima venne il documentario Iuventa, uscito nel 2018. Poi è venuto il film, 23.000 vite. Adesso entrambi sono su Netflix (la produzione è Netflix Germania).
Qui sopra, il trailer di Iuventa, da cui è partito tutto. Tutto accadde tra il luglio 2016 e l'agosto 2017. Michele Cinque li seguì dalla prima missione nel Mediterraneo fino al sequestro della nave. Il documentario, in epoche di odissee reali oltre che cinematografiche, è diventato un manifesto contro la criminalizzazione dei soccorsi in mare. Il processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico degli attivisti della nave si è concluso il 19 aprile 2024 (7 anni dopo) con il proscioglimento di tutti gli imputati. Una storica sentenza del GUP di Trapani non solo ha sancito il non luogo a procedere, ma ha anche sottolineato come aiutare chi fugge da torture, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali, maltrattamenti, sfruttamento sessuale e lavorativo sia un dovere universale.
Dice Michele Cinque: «Tutto è nato quando ho letto un articolo di giornale sulla Iuventa, qualche settimana prima che cominciasse la prima missione di salvataggio nel Mediterraneo centrale. Ho capito subito che quella storia doveva essere raccontata mentre accadeva, come solo il documentario può fare. Aveva tutti gli elementi per un racconto straordinario. Quando poi è arrivato il film 23.000 vite, ho seguito la produzione, in ogni fase. Abbiamo lavorato a stretto contatto con alcuni dei volontari del progetto Iuventa e con diverse persone arrivate in Europa attraversando il Mediterraneo, che ci hanno raccontato le loro storie e hanno costruito con noi dialoghi e discusso svolte narrative. Grazie a loro ripercorriamo in maniera estremamente fedele non solo quanto accaduto alla nave e ai suoi protagonisti, ma anche le complesse dinamiche migratorie e la genesi di un caso giudiziario che ha dato il via alla criminalizzazione dei soccorsi in mare.
Abbiamo lavorato per portare sullo schermo le emozioni che servivano al film, aiutando chi ne aveva troppe (perché era passato proprio dalla Libia e dal mare) a condividerle e valorizzando così un’esperienza che normalmente ha solo un’accezione negativa. Abbiamo di fatto costruito un nuovo protocollo, non solo per formare degli attori ma anche per ridare dignità attraverso il processo attoriale al loro vissuto. In Iuventa e 23.000 vite non ci sono migranti o vittime, ma coraggiosi sopravvissuti ad una delle più grandi tragedie del nostro tempo».
Non solo il documentario è diventato così un film. Dopo sette anni di sequestro e nessuna manutenzione, la nave è ormai un relitto che non può più navigare, ma rappresenta un simbolo dei nostri tempi. Vedere Iuventa e 23.000 vite su Netflix significa ridarle vita. E farlo in uno degli anni più mortali nel Mediterraneo dal 2014: nei primi sei mesi del 2026 sono già morte 990 persone. I ragazzi che non stettero a guardare e salirono sulla Iuventia ci ricordano che quello che fecero allora è una realtà con cui l’Europa deve fare i conti. Ancora oggi.